L’origine del concetto

L’espressione ichi-go ichi-e (一期一会) è attribuita al maestro di tè Ii Naosuke (1815-1860), che la formula nel suo Chanoyu ichi-e shū. Il concetto è però implicito in tutto l’insegnamento di Sen no Rikyū nel Cinquecento: ogni cerimonia è unica e irripetibile, e tanto l’ospite quanto gli invitati devono prepararsi ed esserci come se fosse la prima e l’ultima volta.

La formula è composta da: ichi (一, uno), go (期, periodo di vita o era), ichi (一, uno), e (会, incontro o riunione). Letteralmente: «un’era, un incontro».

Che cosa significa per la cerimonia del tè

Nel chanoyu, ichi-go ichi-e ha conseguenze molto concrete sul comportamento di tutti:

  • L’ospite prepara la sala come se non dovesse mai avere un’altra occasione di ricevere proprio quegli invitati. Sceglie il kakemono, i fiori e gli utensili con un’attenzione che va oltre l’occasione.
  • Gli invitati arrivano avendo preparato corpo e mente: abbigliamento adatto, nessun profumo che disturbi l’aroma del tè, nessuna fretta che contamini lo spazio.
  • Durante la cerimonia il passato e il futuro non esistono. L’unico tempo è quello del suono dell’acqua nel kama, dell’odore del carbone acceso e della texture del chawan fra le mani.

Ichi-go ichi-e fuori dalla cerimonia

Il concetto ha permeato la cultura giapponese ben oltre le sale del tè. Nel teatro nō, nelle arti marziali, nella cucina kaiseki, nel modo di accogliere un ospite in un ryokan tradizionale: l’idea che l’incontro non si ripeterà e per questo merita attenzione piena attraversa tutte le arti giapponesi più esigenti.

Applicato al matcha di tutti i giorni, ichi-go ichi-e può voler dire semplicemente dedicare due minuti a preparare il tè senza il telefono accanto, senza la televisione di sottofondo, senza fare altro nello stesso momento. Non è un rituale solenne che richiede anni di apprendistato. È la pratica più semplice che esista: stare dove sei, fare quello che fai.